Tumori: seno colpire cellule del sangue

Tumori: seno, colpire cellule sangue Piuttosto che accanirsi con la chemioterapia, studio Usa- Italia
(ANSA) - MILANO, 25 GIU - Piu' efficace colpire le cellule che circolano nel sangue piuttosto che accanirsi con la chemioterapia per curare il tumore al seno. E' il risultato di uno studio condotto da Massimo Cristofanilli dell'Md Anderson Cancer Center di Houston (Texas, Usa) in collaborazione con Paola Gazzaniga e Giuseppe Naso dell'universita' La Sapienza di Roma, secondo i quali le cellule tumorali circolanti potrebbero rappresentare le cellule che sostengono il processo che da' luogo alle metastasi.

Cancro al seno, ecco la prevenzione ideale secondo Veronesi

Cancro al seno, ecco la prevenzione ideale secondo Veronesi







"Un'ecografia all'anno per tutta la vita, a partire dai 30 anni; dai 40 anni aggiungere anche la mammografia annuale". Questa la prevenzione ideale contro il tumore al seno "secondo l'esperienza" di Umberto Veronesi. "Se tutte le donne seguissero questo semplice schema - ha aggiunto l’oncologo- avremmo certamente una forte riduzione del rischio di avere malattie gravi".



Le raccomandazioni del direttore scientifico dell'Ieo si rifanno anche al suo progetto di ricerca Mortalità Zero, che spiega così: "Abbiamo scoperto che quando un tumore viene individuato solo dagli esami strumentali (come mammografia, risonanza magnetica e altro) e non è ancora percepibile alla palpazione, necessita di interventi molto delicati perché, essendo piccolissimo, è difficile andarlo a pescare, ma, una volta operato guarisce nel 99,3% dei casi".


Questo dato - ricavato allo Ieoin seguito ai risultati ottenuti su quasi 1000 donne - induce l' oncologo a pensare che "dobbiamo riconsiderare tutta la metodologia della prevenzione e della diagnosi precoce su basi nuove. Tuttavia - avverte - dobbiamo provarlo. Ecco il motivo della ricerca che stiamo mettendo in atto e che si chiama "Mortalità Zerò". Questo studio prevede che 10.000 donne sane con più di 40 anni siano controllate per 10 anni, durante il quale verranno sottoposte ogni anno a due ecografie, una mammografia e, per quelle più a rischio, una risonanza magnetica.


Del resto, dice Veronesi, affinandosi le tecnologie diagnostiche e accelerando sul pedale della prevenzione e della diagnosi precoce, "sono sempre più numerose le donne che guariscono dal tumore del seno, e migliora anche la loro qualità di vita: lo confermano gli ultimi dati dell' American Cancer Society, che anticipano i trend mondiali".


E si tratta di dati confortanti: la mortalità per tumore nella donna, nel periodo 1991-2005 è diminuita dell'11,4%, con una maggiore diminuzione, in particolare, della mortalità per tumore al seno, che si è ridotta del 37%. Anche il numero di nuovi casi ha iniziato per la prima volta a diminuire dal 1998, sebbene lentamente (-0,6% l'anno).

Tumore al seno: antidepressivi pericolosi per la terapia

Tumore al seno: antidepressivi pericolosi per la terapia

Mercoledì, 10 Giugno 2009.

Foto "Tumore al seno e antidepressivi "
Quando una donna si ammala di tumore al seno, oltre a dover fare i conti con la malattia e lottare per guarire deve essere sottoposta alla menopausa indotta e poi alla terapia ormonale, tutto questo è molto stressante ed è per questo che poi la maggior parte scelgono un supporto farmacologico per curare o prevenire la depressione.



Sopravvivere al tumore al seno ormai non è più un miraggio, la diagnosi precoce e la ricerca hanno fatto molto ed adesso una diagnosi di questo tipo è ben lontana dall’essere una sentenza di morte.


In questi giorni si è svolto il meeting annuale dell’American society of clinical oncology, uno degli eventi più importanti del settore in cui vengono presentate le ricerche e si hanno dibattiti per capire come agire. Proprio in questa occasione sono stati condivisi i dati di una ricerca in cui è stato monitorato la ricaduta della malattia e la somministrazione di farmaci antidepressivi appartenenti alla famiglia degli Ssri che agiscono sui meccanismi di attivazione della serotonina.


Quando una donna guarisce dal tumore al seno deve seguire una terapia a base di tamoxifene, che serve per impedire alla malattia di ripresentarsi, in pratica è troprio il tamoxifene che reagisce male con certi antidepressivi e non si ha la protezione per l’eventuale ricomparsa del tumore.


Purtroppo il tumore al seno e la depressione così come la terapia ormonale e tutti gli effetti collaterali che comporta non sono cose che ci riguardano la lontano, sono problemi reali che affliggono tantissime donne e che è inutile negare che un giorno potrebbero colpire anche noi.


Per questo motivo non è il caso di demonizzare gli antidepressivi, anche perchè la depressione è un male subdolo, non meno pericoloso di un tumore. Paolo Pronzato ha dichiarato: “Questi dati sono importanti perché parliamo di terapie diffuse e di malattie diffuse. Se ben utilizzate, le cure possono aiutare molto le pazienti. In Italia ci sono 500mila donne che hanno avuto una diagnosi di tumore della mammella. Hanno attraversato momenti difficili e possono avere segni di depressione, che va curata a dovere.”


Continua Paolo Pronzato: “Gli Ssri portano anche un beneficio contro alcuni sintomi tipici della terapia ormonale, come le vampate – prosegue Pronzato - . Inutile e fuorviante, quindi, demonizzare i farmaci, che vanno piuttosto gestiti al meglio per ogni singola paziente. Se è il caso, si possono scegliere alternative al tamoxifen (come gli inibitori dell’aromatasi) e ai Ssri che agiscono sulla proteina incriminata” è proprio per questo che oncologo, medico di famiglia e psichiatra dovrebbero collaborare, evitando di prescrivere farmaci che non sanno che effetti collaterali potrebbero provocare.

Seno, un nuovo farmaco per le forme più aggressive

Seno, un nuovo farmaco
per le forme più aggressive
Una molecola aiuta a proteggere dalle metastasi cerebrali e viene somministrato per bocca

MILANO - Arriva anche in Italia la pillola anti-metastasi per il cancro al seno. Il farmaco, lapatinib, sarà somministrato con la procedura «pay for performance», una modalità che prevede che l’azienda rimborsi le spese sostenute dall'ospedale per il farmaco se questo non fa effetto sulla paziente. L’accordo fra l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e la casa farmaceutica produttrice del medicinale prevede, infatti, 12 settimane di prova per verificare l’effettiva efficacia del farmaco su ciascuna paziente. Se la progressione del tumore si blocca, come hanno dimostrato le sperimentazioni cliniche, la paziente proseguirà la terapia e lo Stato sosterrà il costo delle compresse. In caso contrario, il ciclo terapeutico sarà a carico dell’azienda produttrice.

IL NUOVO FARMACO - Lapatinib (che arriva in Italia come ultimo paese europeo dopo essere approdato in Europa nel 2008) è una piccola molecola appartenente alla classe degli inibitori tirosin-chinasi e verrà utilizzato nel trattamento delle pazienti affette da carcinoma mammario avanzato o metastatico, in progressione, il cui tumore sovraesprime l’ErbB2 (Her2). «Lapatinib - spiega Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento di oncologia ed ematologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è una molecola ad azione mirata che - somministrata per via orale - entra nelle cellule malate e blocca ErbB1 e ErbB2, i due recettori chiave della proliferazione del tumore al seno di tipo Her positivo, il più aggressivo. L’attivazione del recettore Her2 è infatti riconosciuta come un fattore chiave della proliferazione cellulare e della progressione di questa neoplasia».

LA SPERIMENTAZIONE – L’efficacia del farmaco è stata confermata da uno studio che ha arruolato 399 donne con carcinoma mammario metastatico in progressione, la maggior parte fortemente trattate in precedenza con tutti i presidi a disposizione, compreso trastuzumab, l’unico medicinale specifico - almeno finora - per questo tipo di tumore. In combinazione con capecitabina, un chemioterapico orale, lapatinib ha dimostrato anche in queste pazienti un aumento significativo del «tempo medio alla progressione», ovvero il periodo in cui la malattia rimane sotto controllo senza progredire: si è passati dai 4,3 mesi della terapia con il solo chemioterapico ai 6,2 mesi della combinazione. Nelle pazienti invece arrivate allo studio dopo aver subito un minor numero di trattamenti in precedenza, l’aumento del tempo medio alla progressione passa dalle 19,7 settimane con capecitabina alle 49,4 con la combinazione.

BLOCCA LE METASTASI AL CERVELLO - «C’è però un dato che aggiunge significato alle potenzialità di questa terapia – aggiunge Conte -: lapatinib si è dimostrato in grado di fermare la crescita di mestasi cerebrali, che nel caso di tumori Her2 positivi colpiscono una donna su tre». In genere, infatti, il tumore mammario tende a metastatizzare in organi ben definiti, come le ossa, i polmoni, il fegato o l’encefalo. Il carcinoma della mammella colpisce ogni anno in Italia circa 40mila donne. Il 25 per cento di questi tumori (dai sette ai 10mila casi) hanno caratteristiche di elevata aggressività e una prognosi peggiore. E’ ormai stato dimostrato che in questi casi le cellule neoplastiche presentano sulla loro superficie un elevato numero di recettori Her2, causa dell’accelerazione dei processi di proliferazione e di formazione di metastasi. Esiste però un test specifico in grado di identificare la sovra-espressione dell’Her2, che consente così di diagnosticare precocemente le forme di cancro più aggressive.

CHEMIOTERAPIA IN PILLOLE – «Tra cinque anni oltre un farmaco anti-cancro su due sarà somministrato per bocca - stima Marco Venturini, direttore dell’Oncologia all’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negar (Verona) -. Già negli ultimi quattro anni abbiamo assistito a una grande espansione delle terapie orali in oncologia: negli Usa la percentuale di chemioterapia in pillole in via di sviluppo è più che raddoppiata, ma in Italia è necessario che le strutture oncologiche si organizzino al meglio per dare supporto ai pazienti, come è stato fatto a suo tempo per le terapie endovenose». Secondo i sondaggi, la terapia orale è preferita da nove pazienti su 10 rispetto alla chemio per endovena, sostanzialmente per due motivi: prima di tutto la possibilità per il malato di curarsi a casa propria; secondo, la facilità di assunzione e l’assenza dei problemi connessi alla somministrazione venosa. Ma, spiega Venturini, anche le pillole possono creare problemi, per questo bisogna creare strutture capaci di somministrare la terapia orale in totale sicurezza, spiegandone i rischi al malato, in modo da non lasciarlo solo con le pillole. «Purtroppo accade, lo vediamo quotidianamente, che molti pazienti non prendono i farmaci secondo lo schema stabilito e concordato con il medico. Oltre il 25 per cento dei pazienti o assume dosi ridotte del farmaco o non lo assume proprio. Oppure, aspetto altrettanto importante, molti continuano la cura nonostante questa abbia effetti collaterali, che il malato magari considera ineluttabili, ma che invece possono diventare pericolosi o essere limitati. Infine, ci sono una serie di interazione tra la chemio in pillole e altri farmaci o addirittura con i cibi».

Vera Martinella

Utilità dei test genomici nel tumore della mammella

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