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Stella McCartney sostiene le donne affette da tumore al seno

Nel mese dedicato alla prevenzione del cancro al seno, Stella McCartney ha lanciato una linea di lingerie i cui incassi saranno devoluti a diverse onlus.
Ottobre si tinge di rosa. Le protagoniste del mese sono le donne e il tumore al seno, malattia che affligge una donna su otto in Italia, come comunica l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro. E per sensibilizzare sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce dei tumori alla mammella, il gruppo Estée Lauder ha istituito una campagna internazionale dal nome “Breast Cancer Awareness”.
L’iniziativa, giunta ormai alla sua XXIII edizione, è oggi presente in più di 70 paesi con numerosi progetti volti a coinvolgere le donne informandole sullo stile di vita sano e i controlli ai quali sottoporsi per prevenire l’insorgere di questa seria patologia.

Manifesto della campagna "Breast Cancer Awareness"
Foto ©carolinehirons.com

Tra i sostenitori della campagna figura anche un’importante stilista inglese, Stella McCartney, da tempo impegnata personalmente a devolvere una percentuale dei propri ricavi ad associazioni schierate in prima linea per la lotta contro il tumore al seno. A sostegno di questa iniziativa benefica, la designer di moda, figlia del famoso cantante Paul McCartney, ha lanciato sul mercato alcuni capi di lingerie esclusivi i cui incassi saranno in parte donati alla National Breast Cancer Foundation negli Stati Uniti e in Australia e al Linda McCartney Centre, un centro che tratta casi di tumore utilizzando le tecniche più all’avanguardia del Regno Unito.

Manifesto del completo di Stella McCartney a sostegno della lotta contro il tumore al seno
Foto ©stellamccartney.com

Con questa collezione limitata, la stilista ha voluto rendere omaggio a sua madre, Linda Louise McCartney, morta proprio di cancro al seno nel 1998. E a lei è dedicato il reggiseno post-mastectomia bilaterale, pensato per sostenere durante il periodo di guarigione tutte quelle donne che si sono sottoposte al delicato intervento chirurgico di asportazione della mammella. Nella fattispecie, i proventi della vendita di questo capo saranno interamente devoluti alla Hello Beautiful Foundation, un’associazione che offre un supporto emotivo e psicologico utile per affrontare il periodo di disagio della convalescenza.

Reggiseno post mastectomia di Stella McCartney
Foto  ©lookfordiagnosis.com

Il tumore al seno è tutt’oggi una questione poco discussa sulla quale esiste ancora disinformazione. Quello di Stella McCartney, dunque, rappresenta un esempio di moda etica davvero importante per dare voce al mondo delle donne e alle loro problematiche.



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a cura del Prof. Massimo Vergine

Tumore al seno:rischio epidemia entro il 2030

L’allarme arriva dagli Stati Uniti. Secondo gli esperti Usa del National Cancer Institute americano entro il 2030 si assisterà a una escalation di questo tipo di tumore, tanto da rischiarsi una vera e propria epidemia. In sostanza negli Stati Uniti una donna su otto verrà colpita da questo tipo di neoplasia. Le diagnosi riguarderanno in particolare i tumori positivi agli ormoni estrogeni. Si dovrebbe assistere invece a un regresso per quanto riguarda i tumori negativi agli estrogeni che invece dovrebbero passare dal 19% al 7% dei casi. Philip Rosenberg, oncologo-epidemiologo del National Cancer Institute Usa, spiega che nel 2011 si sono avuti 283.000 casi di cancro al seno, mentre nel 2030 si stima che si arriverà a 441mila casi. Secondo Rosenberg questo notevole incremento di casi relativi al tumore alla mammella potrebbe essere dovuto: “da un lato dall’allungamento della vita media e dall’invecchiamento delle baby-boomer, dall’altro da fattori di stili di vita che influenzano specialmente i tumori collegati agli estrogeni”. La prevenzione quindi soprattutto in questi casi assume una importanza fondamentale.
In questo senso la Preventive Task Force suggerisce alle donne di età compresa tra i 50 e i 74 che non abbiano particolari fattori di rischio, di sottoporsi alla mammografia ogni due anni in modo che un eventuale nodulo sospetto venga diagnosticato per tempo. Il tumore alla mammella in particolare risulta quello più diffuso negli Usa


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Tumore al seno: la chiave delle metastasi scoperta da una ricerca italiana


 Identificato, dai ricercatori dell'Istituto nazionale tumori di Milano, un nuovo meccanismo responsabile delle metastasi nel tumore del seno.
Lo studio è pubblicato sulla rivista scientifica Cancer Research e, per gli esperti, aggiunge un tassello "di vitale importanza" per la comprensione dei meccanismi con il quale il cancro si diffonde nell'organismo, e quindi potrà aiutare a migliorare la ricerca di una cura più efficace.
Alla base di tutto c'è una proteina chiamata osteopontina, che normalmente è presente al di fuori delle cellule ed è coinvolta nel regolare diversi processi fisiologici, tra cui la stessa sopravvivenza cellulare. Il ruolo di questa molecola, nel tumore, è però duplice: "L'osteopontina prodotta dalla cellula tumorale ne assicura la sopravvivenza in un ambiente ostile – spiegano i ricercatori – mentre quella trattenuta all'interno dei globuli bianchi contribuisce a proteggere le cellule tumorali che stanno formando la metastasi dall'attacco del sistema immunitario".
Lo studio, condotto prima in laboratorio su animali, è stato poi esteso all'analisi delle metastasi polmonari di pazienti con carcinoma al seno. In queste metastasi è stata confermata la presenza di cellule contenenti osteopontina.
 "Questa scoperta – concludono i ricercatori – sarà rilevante per sviluppare futuri farmaci in grado di contrastare le molteplici azioni dell'osteopontina nello sviluppo delle metastasi".


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Tumore al seno, un nuovo gene che aumenta il rischio

In molti conoscono la predisposizione legata ai geni BRCA, ma sono anche altri i fattori nascosti nel DNA che possono aumentare il pericolo di trovarsi faccia a faccia con un tumore al seno. Ecco cos'ha scoperto un gruppo di ricercatori che include anche esperti italiani

                                                                          
La genetica gioca un ruolo di tutto rispetto nella comparsa del tumore al seno. A insegnarcelo sono stati anche fatti di cronaca: in molti ricorderanno la scelta di Angelina Jolie e di Sharon Osbourne, che consapevoli di essere portatrici di varianti genetiche che predispongono all'insorgenza di questa forma tumorale hanno deciso di sottoporsi a interventi di mastectomia preventiva. Quelli che hanno allarmato le due VIP non sono però gli unici geni associati al cancro al seno. Un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine da un gruppo internazionale di ricercatori che include anche esperti italiani ha infatti quantificato l'aumento del rischio di avere a che fare con questo tumore associato a mutazioni nel gene PALB2.
Gli autori dello studio hanno coinvolto nelle loro analisi 154 nuclei famigliari provenienti da Australia, Belgio, Canada, Finlandia, Gran Bretagna, Grecia, Italia e Stati Uniti, tutti accomunati da una caratteristica: la negatività alle mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 note per la loro associazione con il tumore al seno. In questo modo è stato possibile stimare, in presenza di un gene PALB2 mutato, un aumento del rischio di cancro alla mammella pari a 6-8 volte nella fascia di età compresa tra i 40 e i 60 anni e di 5 volte dopo i 60 anni.
Parlando i percentuali tutto ciò significa che nelle donne portatrici di questa mutazione il rischio di tumore al seno aumenta del 14% a 50 anni d'età e del 35% dopo il compimento dei 70 anni. Per di più la mutazione in PALB2, come quelle nei geni BRCA, è associata anche alla predisposizione al cancro all'ovaio, il cui rischio aumenta di 2,3 volte nelle donne portatrici. Ad essere in pericolo non è però solo l'organismo femminile. Questa variante genetica, infatti, aumenta la predisposizione al tumore alla mammella anche negli uomini, fra i quali il rischio aumenta di 8,3 volte.


I ricercatori hanno approfondito ulteriormente le analisi spostando l'attenzione sul ruolo giocato dalla familiarità per il tumore. Ne è emerso che la presenza della mutazione in PALB2 aumenta del 33% il rischio di tumore al seno nelle persone al di sotto dei 70 anni senza casi di cancro alla mammella in famiglia. Se, però, in famiglia sono presenti più casi di tumore al seno a esordio precoce il rischio aumenta del 58%.
"L'innovazione portata da questa ricerca è aver quantificato il rischio per chi ha la mutazione PALB2", spiega Paolo Radice, direttore del Dipartimento di medicina predittiva e per la prevenzione dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. "La predisposizione al cancro alla mammella per varianti di questo gene, normalmente impegnato nella riparazione dei danni al Dna, era nota da tempo ma la reale entità del rischio non era ancora stata definita".
Radice aggiunge una precisazione importante: "Avere tale mutazione non equivale alla certezza di ammalarsi", spiega l'esperto. Cosa si dovrebbe fare, quindi, se si dovesse scoprire di esserne portatori? La decisione più saggia è sottoporsi a monitoraggi attenti e continui. In altre parole, anche in questo caso non bisogna trascurare l'importanza della prevenzione secondaria e della diagnosi precoce.

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"Tumore al seno, il rischio aumenta se la pillola contiene molti estrogeni"

"Tumore al seno, il rischio aumenta se la pillola contiene molti estrogeni"
Lo rivela uno studio appena pubblicato su Cancer Research. Fra gli anticoncezionali orali pericolosi anche quelli con dosi alte di etinodiolo diacetato  o con dosaggi di norethindrone. Mentre altre tipologie, comprese quelle con basso livello di estrogeni, non sembrano comportare rischi elevati


I fattori di rischio del tumore al seno possono essere i più diversi: dall'età alla familiarità, passando per la predisposizione genetica, l'obesità e le sostanze cancerogene diffuse nell'ambiente circostante. Ma le probabilità di contrarlo sembrano aumentare del 50 % per chi usa determinate tipologie di pillole contraccettive. Soprattutto se contengono un alto livello di estrogeni. O, almeno, questo è ciò che dimostrano i dati di un nuovo studio appena pubblicato sulla rivista scientifica dell'associazione americana per la ricerca sul cancro Aarc, American Association for Cancer Research .

Un risultato che accende ancora una volta i riflettori su rischi e benefici dei farmaci ormonali comunemente prescritti al giorno d'oggi per regolare il controllo delle nascite. Anche se, precisano gli autori, si tratta di conclusioni che hanno bisogno di essere ulteriormente confermate e al momento non sono significative a tal punto da sovvertire le pratiche cliniche contemporanee né tantomeno da scoraggiare le donne ad adottare le terapie che hanno l'obiettivo di evitare gravidanze indesiderate.

La correlazione. La correlazione, del resto, non è del tutto una novità. Precedenti indagini hanno già suggerito che gli ormoni presenti negli anticoncezionali orali possono favorire lo sviluppo precoce di carcinomi mammari o renderli più aggressivi. Ad esempio, un'analisi condotta nel 1996 su 53,297 femmine malate e 100,239 senza alcun disturbo ha evidenziato che il rischio cresce durante l'assunzione della pillola, si riduce quando aumenta il tempo trascorso dall'ultimo utilizzo, per poi scomparire del tutto nel giro di dieci anni.

Dagli esordi fino a oggi però questi sistemi contraccettivi sono cambiati in modo considerevole e gli ormoni contenuti al loro interno sono stati gradualmente ridotti con continuità. Così la maggior parte delle ricerche a nostra disposizione si basa su notizie che fanno riferimento a delle tipologie di anticoncezionali non più utilizzate.

Studiate 21.952 cartelle cliniche. Per colmare questa lacuna gli studiosi del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, a Washington, hanno consultato il database elettronico di un grande sistema d'assistenza sanitaria statunitense, il Group Health Cooperative (GHC). Grazie a informazioni dettagliate sulla prescrizione delle medicine, comprese le date e i dosaggi, i ricercatori hanno passato al setaccio le cartelle cliniche di 21.952 donne sane d'età compresa tra i 20 e i 49 anni; e 1.102 coetanee, cui tra il 1990 e il 2009 è stato invece diagnosticato un invasivo carcinoma della mammella. Risultati: coloro che prendevano, o avevano recentemente preso, la pillola avevano circa il 50 % di probabilità in più di finire nel secondo gruppo, rispetto a chi non l'avesse mai usata o non l'assumesse da più di un anno.

Non solo. Il rischio variava a seconda delle diverse formulazioni esaminate. "Nel nostro studio", ha commentato a Reuters Elizabeth F. Beaber che ha guidato il team di scienziati, "i contraccettivi orali associati a un maggiore pericolo di contrarre il tumore al seno sono quelli che contengono un'alta dose di estrogeni, o di etinodiolo diacetato (un progestinico sintetico), più certi tipi di dosaggi trifasici con 0.75 microgrammi di norethindrone. Mentre altre tipologie, comprese quelle con basso livello di estrogeni, non sembrano comportare rischi elevati".

I dati. Più nello specifico, ingerire pillole con dentro un'alta quantità di estrogeni, cioè dai 50 agli 80 microgrammi, aumenterebbe di 2,7 volte l'eventualità di sviluppare il carcinoma; usare quelle con un livello medio l'amplierebbe di 1,6 volte e quelle con etinodiolo diacetato di 2,6. Mentre le possibilità triplicherebbero con i dosaggi trifasici che prevedono nel complesso l'assunzione di 0.75 microgrammi di norethindrone.

Richiedere sempre il parere di un esperto. C'è, quindi, da preoccuparsi? Come ha fatto notare il magazine The Atlantic, che ha riportato la notizia, i sistemi ad alto dosaggio in realtà sono poco comuni. Inoltre, altri studi hanno dimostrato che la pillola ha anche un importante effetto protettivo nei confronti del tumore dell'ovaio e dell'endometrio. Poi si tratta pur sempre di una medicina e in quanto tale ha degli effetti collaterali. Commenta Vincenzo Adamo, professore ordinario di Oncologia Medica all'Università degli studi di Messina: "Questo ulteriore studio dimostra
che l'uso dei contraccettivi orali deve essere considerato come una vera terapia e seguito con attenzione da esperti e competenti. Perché se da un lato non possiamo non considerare i benefici del controllo delle attività ormonali (ad esempio sul piano riproduttivo, della regolazione del ciclo, della cura della dismenorrea), dall'altro può esserci il rischio di un incremento del carcinoma mammario. E, quindi, il loro utilizzo va affrontato con buon senso e controllo".


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Tumore al seno, un passo in avanti: con micrometastasi si può evitare l’intervento chirurgico

La commissione scientifica del 16th Milan breast cancer conference ha selezionato, tra oltre 100 studi presentati al congresso internazionale, ancora in corso a Milano, quello presentato dai chirurghi, patologi e medici nucleari dell’azienda ospedaliera di Perugia.
Alcuni particolari Lo studio è stato illustrato questa mattina durante i lavori davanti ad esperti provenienti da tutto il mondo dal professore Antonio Rulli, e per il rigore scientifico e il tema proposto ha raccolto ampi consensi dalla comunità scientifica internazionale. Nella relazione, viene messo in risalto un aspetto che riguarda il tumore al seno, la positività del linfonodo sentinella. Lo studio infatti ha voluto specificare i parametri che determinano la decisione, in presenza di micrometastasi, della opportunità della dissezione ascellare.
Lo studio «Nel lavoro che abbiamo presentato, siamo riusciti a stabilire un target obbiettivo dei casi clinici in cui, pur con micrometastasi, è possibile soprassedere all’intervento chirurgico dei linfonodi ascellari – puntualizza Rulli, responsabile della struttura dipartimentale Breast unit dell’azienda ospedaliera di Perugia -. Questa tecnica ci ha permesso, oltre ad evitare un secondo intervento chirurgico, anche di conoscere il peso della malattia nel linfonodo sentinella, stabilendo che, sotto a duemila copie /nano litro, è possibile evitare la dissezione ascellare, senza conseguenze sulla sopravvivenza globale e libera da malattia».
Rulli Ad oggi tra gli operatori sanitari che si occupano del tumore al seno, c’erano contrastanti pareri sull’argomento, con soluzioni che ingeneravano dubbi nelle donne colpite da tumore. Rulli ha inoltre indicato al congresso che su 262 donne operate di tumore al seno in un anno e mezzo, a 45 di queste è stato accertato che la malattia aveva colpito il linfonodo sentinella, ma sulla base dei parametri valutati, nove di esse non sono state sottoposte ad intervento chirurgico per asportazione dei linfonodi ascellari. «Anche questo risultato ci permette di esprimere soddisfazione, perché come è noto a molti, la terapia del tumore al seno – analizza Rulli – da tempo ha subito profondi cambiamenti: si è passati da interventi chirurgici demolitivi a interventi chirurgici di uguale efficacia dal punto di vista oncologico, ma decisamente di minore impatto psicologico e di conseguenza più tollerabili per la donna, con il risparmio della porzione di ghiandola mammaria non interessata dalla patologia. Negli stadi precoci della malattia, la terapia chirurgica consiste in un intervento di tipo conservativo di quadrantectomia sul seno e nella valutazione del coinvolgimento dei linfonodi ascellari, tramite l’analisi del linfonodo sentinella che è la prima stazione linfatica di drenaggio del quadrante mammario interessato dalla patologia. In caso di metastasi nel linfonodo sentinella, si procede alla dissezione ascellare ovvero all’asportazione chirurgica dei linfonodi dell’ascella. Da quasi due anni nell’azienda ospedaliera di Perugia viene utilizzata una tecnica di valutazione del linfonodo sentinella denominata Osna (one step nucleic acid amplification) grazie alla quale il linfonodo viene analizzato durante l’intervento al seno, con risposta di una eventuale metastasi linfonodale già durante il primo intervento chirurgico. Questa metodica permette di procedere alla dissezione ascellare risparmiando alla donna un secondo intervento chirurgico ed una nuova ospedalizzazione oppure nel caso di negatività del linfonodo stesso, di fornire subito alla paziente la risposta di un parametro importante per la scelta della terapia adiuvante successiva».
Le firme Lo studio presentato a Milano è stato firmato oltre che dai professori Antonio Rulli, Giuseppe Noya ed Angelo Sidoni, anche dai dottori Paolo Gerli, Francesco Barberini, Ambra Mariotti, Isabella Sabalich, Salvatore Messina, Daniela Caracappa ed Enrico Prosperi e Chiara Listorti.


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Tumore al seno:mammografia utile prima dei 50 anni

(AGI) - Washington, 10 set. -
 Una nuova analisi condotta da Blake Cady dell'Harvard Medical School ha scoperto che la maggior parte dei decessi per tumore  al seno si verifica tra le donne piu' giovani che non sono incluse nei programmi di screening mammografico.
L'indagine, pubblicata sulla rivista 'Cancer', indica che lo screening prima dei cinquant'anni dovrebbe essere maggiormente incoraggiato. La necessita' di ricorrere in giovane eta' alle mammografie per prevenire le morti per tumore alla mammella e' un tema molto controverso. I risultati dello studio suggeriscono un abbassamento della soglia minima per sottoporsi all'esame, soglia che negli States va dai cinquanta ai settantaquattro anni. La ricerca ha analizzato la storia clinica di 609 donne decedute per cancro al seno: il 29 per cento era costituito da donne sottoposte a screening contro il 71 per cento di donne non sottoposte a mammografia. Di tutte le morti, solo il 13 per cento si e' verificato nelle donne dai 70 anni in su mentre il 50 tra quelle sotto i 50. 

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Campagna Nastro Rosa al via ad Ottobre per la prevenzione del tumore al seno

Sta per prendere il via la XIX edizione italiana (e la XX mondiale) della Campagna Nastro Rosa, organizzata come sempre dalla Lilt, ovvero la Lega italiana per la lotta contro i umori  e da Estee Lauder Companies. La testimonial italiana è Cristina Chiabotto.
L’obiettivo di tale iniziativa viene esplicato da Francesco Schittulli, presidente della Lilt, con le seguenti parole: “sensibilizzare un numero sempre maggiore di donne sull’importanza vitale della prevenzione  e della diagnosi precoce dei tumori alla mammella”. Il tumore al seno resta il primo tra i tumori femminili e si verificano 42 mila nuovi casi all’anno solo in  Italia.
Sono tantissime le iniziative in programma per tutto il mese di ottobre in 55 comuni italiani, dove 395 ambulatori Lilt sparsi in tutto il paese saranno a nostra disposizione per visite al seno e controlli strumentali. Ma non solo: nel primo fine settimana di ottobre, le vie dello shopping di numerose città si vestiranno di rosa per sostenere e sensibilizzare circa la lotta contro il cancro al seno.
Come è facilmente comprensibile, si tratta di un tema di enorme importanza e su cui bisogna assolutamente sensibilizzare circa la prevenzione. Il cancro al seno è uno dei mali più comuni dei nostri tempi ed è estremamente consigliato

A cura del Prof. massimo Vergine     www.senologia.eu

Tumore al seno e fecondazione in vitro (FIV)


Secondo una recente ricerca australiana, le donne che praticano la fecondazione in vitro (Fiv) vanno incontro ad un rischio aumentato di contrarre il tumore al seno.

tumore al seno
Lo studio è stato portato a termine dai ricercatori della University of Western Australia.
I dati, pubblicati Fertility and Sterility, si riferiscono all'analisi di oltre 21 mila donne con età compresa tra i 20 e i 40 anni. Tutte si erano sottoposte a terapie contro l'infertilità negli anni che vanno dal 1983 al 2002.
Da una prima analisi, tra le donne che avevano soltanto assunto farmaci l'incidenza dei casi di cancro al seno era dell'1,7%. Quelle che invece erano ricorse alla fecondazione in vitro facevano registrare il 2% dei casi.
Questo dato generale, definito ininfluente dai ricercatori, assume però rilevanza se la lettura dei risultati viene fatta in base all'età.
Le donne di circa 24 anni che si erano sottoposte alla Fiv avevano il 56% di rischio in più di contrarre il tumore al seno rispetto alle altre della stessa età che invece avevano assunto solo farmaci.
Per le donne di età intorno ai 40 anni, invece, non è stato rilevato un rischio maggiore.
La conclusione dei ricercatori è che durante i vari cicli di fecondazione in vitro, sono proprio le donne più giovani ad essere esposte alle maggiori dosi di estrogeni.
C'è infatti una relazione tra il tumore al seno e una prolungata terapia di estrogeni, e sono proprie le più giovani a reagire in minor tempo con una maggiore incidenza di casi.

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Prevenzione del cancro al seno: il caffè aiuta a prevenire


Uno studio ha recentemente mostrato che per la prevenzione del cancro al seno, in particolare di una sua forma particolarmente aggressiva, potrebbe tornare utile un abituale consumo di caffè.
Infatti coloro che sono soliti bere circa 5 tazze al giorno di caffè hanno il 50% in meno di possibilitá di sviluppare un tumore mammario negativo al ricettore degli estrogeni. Questo tipo di cancro non reagisce a un’ampia gamma di farmaci rendendo indispensabili il ricorso alla chemioterapia.
Grazie alla ricerca gli esperti dell’istituto Karolinska di Stoccolma hanno rivelato che tra coloro che bevono caffè regolarmente c’é una minore incidenza della malattia rispetto a coloro che lo bevono raramente o addirittura mai.
Lo studio ha coinvolto oltre 6000 donne che avevano giá superato la menopausa ed é stato pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Breast Cancer Research e dichiara che “ é possibile associare una forte assunzione quotidiana di caffè a una riduzione statisticamente significativa della comparsa del tumore mammario negativo al ricettore degli estrogeni nelle donne che hanno superato la menopausa”.
Gli autori hanno trovato anche un lieve effetto di prevenzione del cancro al seno di altri tipi, anche se la correlazione non é parsa significativa quando altri fattori come il peso e l’etá venivano presi in considerazione.
Precedenti ricerche avevano giá mostrato come il caffè avesse un ruolo nella prevenzione del cancro alla prostata, al fegato e ad altri organi.
Al momento gli esperti sono divisi sui benfici del caffè e alcuni studi hanno suggerito che eccessive dosi potrebbero aumentare il rischio di cancro aiutando le cellule malate a proliferarsi o impedendo a quelle sane di ripararsi.
Secondo gli esperti dell’Istituto Karolinska il caffè potrebbe contenere sostanze che svolgono un ruolo diverso a seconda del tipo di cancro. Potrebbe essere possibile che il caffè aumenti il rischio di tumore positivo al ricettore degli estrogeni ma che abbatta quello di sviluppare la varianti negativa al ricettore degli estrogeni.
Questo potrebbe confermare la sensazione che il caffè in generale compreso il caffè schekerato  possa avere un effetto positivo nella prevenzione del cancro, ma gli esperti ammettono che sono necessarie ulteriori ricerche.
La notizia arriva insieme ai risultati di un altro studio secondo cui il prezzemolo e alcuni tipi di frutta e noci contengono un composto che potrebbe impedire alle cellule del cancro al seno di moltiplicarsi.
I ricercatori dell’Università del Missouri hanno inoltre scoperto che i topi con cancro al seno a cui é stato somministrata apigenina, che si trova nel prezzemolo, sedano, mele, arance e noci, “hanno sviluppato meno tumori e ritardi significativi nella loroproliferazione” rispetto ai ratti con tumore mammario a cui non era stata data la sostanza.
Tutto ció ci ricorda l’importanza di un alimentazione sana nella prevenzione del cancro.

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Tumore al seno: ci sono almeno 10 classi di tumore

Tumore al seno. Un solo nome per  almeno dieci patologie con una firma genetica diversa. A svelare la molteplice natura del cancro al seno, finora considerato come una sola malattia classificabile in quattro grandi sottogruppi, è uno studio pubblicato su Nature. Si tratta della più grande ricerca genetica mai condotta su questa patologia, che potrebbe portare a trattamenti sempre più mirati e personalizzati.

A realizzarla un team internazionale di ricercatori prevalentemente britannici – Cancer Research UK,University of CambridgeUniversity of Nottingham – e canadesi della University of British Columbia Cancer Agency, che hanno analizzato oltre 2.000 campioni di tessuto tumorale, esaminandone attentamente la genetica. Per ogni cellula cancerosa gli scienziati sono andati a guardare quali geni fossero mutati, quali eccessivamente a lavoro e quali invece completamente inattivi. I risultati delle analisi hanno portato Carlos Caldas del Cambridge Research Center, coordinatore dello studio, a creare dieci diversi classi di tumore, chiamate IntCluster 1-10

Per spiegare il loro lavoro, i ricercatori hanno comparato il cancro al seno a una mappa del mondo: con i test impiegati attualmente è possibile identificare solo quattro grandi continenti, mentre loro sono riusciti a individuare anche dieci singole nazioni. I quattro continenti sono i sottogruppi in cui ora si divide iltumore della mammella sulla base dei test istologici e di quelli sui marker tumorali. Qualche esempio: i tumori che presentano recettori per gli estrogeni dovrebbero rispondere alle terapie ormonali come il tamoxifen, mentre quelli con i recettori Her2 possono essere trattati con l’ Herceptina. La maggior parte dei tumori, circa il 70 per cento dovrebbe rispondere al trattamento con gli ormoni, ma non sempre è così: le reazioni non sono mai uguali. “A lcune pazienti rispondono bene, altre malissimo. Chiaramente c’è bisogno di una migliore classificazione e comprensione”, spiega Caldas al Guardian

“ Non ci saranno immediati benefici per i malati, purtroppo; per una reale ricaduta clinica e l’uso delle categorie nella pratica clinica ci vorranno almeno tre anni di studi in laboratorio e su pazienti veri. E ancora più tempo sarà necessario per la messa a punto di trattamenti veramente specifici. Ma è un primo passo molto importante”, sottolinea il ricercatore. Per ora infatti solo uno dei dieci tipi individuati dallo studio ha un trattamento specifico, ed è quello che beneficia dell’Herceptina. 

In un futuro non troppo lontano, però, questa ricerca potrebbe aiutare i medici a eseguire diagnosi e prognosi più precise, che permetteranno di capire se una paziente beneficerà o meno di un determinato trattamento e in che misura, senza esporla inutilmente a una terapia e ai suoi effetti collaterali. Per esempio, in termini di sopravvivenza i ricercatori hanno già individuato delle differenze: i cluster 2 e 5 hanno una prospettiva di sopravvivenza a 15 anni di circa il 40 per cento, mentre per i cluster 3 e 4 questa percentuale sfiora il 75 per cento. Queste sono informazioni importanti per i pazienti e per i medici. 

Entusiasta dei risultati è Harpal Kumar, il direttore esecutivo della Cancer Research Uk, la fondazione che ha finanziato la ricerca: “ Questo studio può essere considerato una pietra miliare nella ricerca, cambierà il modo in cui guardiamo al cancro al seno e avrà un enorme impatto negli anni a venire nella diagnosi e nel trattamento di questa patologia”, ha dichiarato al quotidiano inglese. “ La nostra fondazione comincerà subito a usare i nuovi criteri negli studi clinici che finanzia”. 

"Essere in grado di tagliare il trattamento sul paziente è considerato il Santo Graal della medicina, è questo studio così ampio avvicina di un altro passo questo risultato”, ha commentato alla Bbc il presidente della Breast Cancer Campaign, la Baronessa Delyth Morgan. Parere condiviso da un portavoce del Ministero della Salute, che però ha ribadito l’importanza della prevenzione e dell’accesso per ogni donna agli screening di routine. 


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 Protesi al seno e il rischio di tumore. E' giustificato l’allarme?

La possibile rottura delle protesi e il conseguente probabile rischio di tumore non è dimostrato scientificamente. L’utilità comunque di un controllo ecografico annuale
E’ stato il quotidiano Liberation a pubblicare per primo la notizia: le autorità sanitarie francesi sono preoccupate per il rischio di tumore nelle donne che hanno protesi al seno Pip (Poly Implants Prosthéses). Addirittura, la portavoce del Governo francese, Valerie Pecresse, ha annunciato “l'urgenza che tutte le donne che portano protesi Pip ritornino dal chirurgo”. Qual è il problema? Queste protesi sarebbero riempite di gel al silicone industriale non conforme, avrebbero un alto rischio di rottura con conseguente infiammazione e, forse, tumori. Il gel delle Pip sarebbe diverso da quello dichiarato e valutato per ottenere il certificato necessario nell'Unione europea. 
Per l’Italia il potenziale rischio legato alle protesi Pip non è una novità: in una circolare del 1° aprile 2010 il Ministero della Salute ha invitato gli operatori sanitari a non usare le protesi ritirate precedentemente in Francia, indicando l’opportunità di segnalare eventuali incidenti che avessero una possibile relazione con l’impianto di una di queste protesi. La direttiva è stata immediatamente recepita e i centri di eccellenza hanno messo in atto procedure utili a salvaguardare la salute delle donne: all’Istituto Europeo di Oncologia, per esempio, tutte le donne portatrici di protesi Pip sono state contattate e invitate a recarsi presso IEO stesso per effettuare gratuitamente un’ecografia mammaria e una visita con il chirurgo plastico. E analoga procedura è stata seguita in altri ospedali.
Migliaia di donne sarebbero in pericolo? Non sembra che sia così. Il legame causa-effetto tra le protesi Pip e lo sviluppo di tumori al seno non è dimostrato. Su 10 milioni circa di protesi mammarie di marche differenti impiantate nel mondo sono stati descritti rarissimi casi di linfoma originatosi dalla capsula intorno alla protesi (sia in silicone che salina): 75 casi totali con 4 decessi, senza relazione con una specifica ditta produttrice. Il rischio di tumore al seno invece non ha dimostrazioni concrete sui grandi numeri.
Quanto al rischio di rottura, è vero che le Pip si rompono più facilmente ma va detto che tutte le protesi mammarie hanno un certo rischio di rottura perché con il tempo vanno incontro a usura. Tutte le donne che hanno protesi mammarie, comunque, effettuano già regolarmente un controllo annuale con ecografia mammaria (o almeno questa dovrebbe essere la normale procedura raccomandata da tutti i medici).
Maria Giovanna Gatti  da Fondazione Umberto Veronesi

 cura del Prof. Massimo Vergine  www.senologia.eu

Malattia di Paget del seno

Simile a un eczema, la patologia è in realtà un cancro

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Si tratta di una forma rara di cancro al seno e molte volte passa inosservata a causa del suo aspetto apparentemente innocuo.
Parliamo della malattia di Paget del capezzolo, un'alterazione simil flogistica della pelle del capezzolo che sembra un'eruzione cutanea ma che in realtà è provocata da un tumore duttale infiltrante della mammella.

A livello anatomo-patologico la neoplasia si sviluppa dalle strutture duttali principali (dotti galattofori), quindi infiltra progressivamente, con una crescita caratteristica, la cute del capezzolo e dell'areola. Nel tessuto mammario circostante sono presenti edema ed iperemia. Frequentemente è presente un'essudazione linfatica o purulenta dal capezzolo.
Il capezzolo viene colpito da ciò che appare come un eczema, a cui segue una lesione intorno alla quale si forma una crosta. A causa del prurito e del dolore, spesso si interviene con semplici creme per la dermatite, ma ciò non fa che tardare l'esatta diagnosi e favorire lo sviluppo del cancro.

Quali sono i sintomi?

1. Un rossore persistente, una trasudazione o la formazione di una crosta sul capezzolo che provoca un prurito o una sensazione di forte calore.
2. Un puntino sul capezzolo che non guarisce.
3. In generale, viene colpito solo un capezzolo. Come viene diagnosticato il tumore? Se il medico che vi visita constata un’anomalia, dovrebbe proporvi di fare immediatamente una mammografia di entrambi i seni. Anche se un rossore, un prurito o la formazione di una crosta possono somigliare ad una dermatite, il medico dovrebbe sospettare la presenza di un tumore se il problema tocca solo uno dei due seni. Dovrebbe chiedere una biopsia del tessuto infettato per stabilire con certezza la diagnosi.

La malattia di Paget compare soprattutto dopo i quarant'anni e si può presentare sotto due forme: la forma mammaria, più comune, che interessa come detto il capezzolo e la forma extra-mammaria, che colpisce nella maggior parte dei casi la vulva, ma può riguardare entrambi i sessi e regioni anatomiche caratterizzate dalla presenza di ghiandole sudoripare, come ad esempio le ascelle o lo scroto negli uomini.

La malattia di Paget non va confusa con il morbo di Paget, una malattia cronica dell'osso, ed è legata alle cellule di Paget, che rappresentano una varietà rara di differenziazione di cellule primitive epidermiche. Si possono riscontrare isolate oppure raggruppate a nidi negli strati intermedi dell’epitelio o nel contesto degli annessi cutanei, in particolare nelle ghiandole apocrine. In genere, la malattia di Paget ha lo stesso grado di invasività di un tumore qualsiasi, ma il problema principale è costituito dalla diagnosi tardiva.



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Tumore al seno per Martina Navratilova

E' stato diagnosticato un tumore al seno all'ex tennista Martina Navratilova.
L'ex campionessa, 53 anni, ha scoperto precocemente la malattia: "avessi aspettato un altro anno a fare la mammografia mi sarei trovati in guai ancor più seri". Oltre 30 anni di sport ai massimi livelli, con 18 titoli del Grande Slam, di cui ben nove a Wimbledon: ora la mancina di Praga, naturalizzata statunitense, dovrà prendersi un forzato periodo di cure e riposo. Chi la conosce bene sa che appena guarita tornerà in campo per nuove sfide, come quando decise di cimentarsi con l'hockey e il triathlon dopo anni di tennis.



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Tumore al seno: nuovo farmaco in grado di migliorare la sopravvivenza

AGI) - Sorrento, 6 mar.

- Arriva un prezioso alleato alla lotta contro il tumore al seno che oggi in Italia colpisce 40.000 donne. Si tratta di una terapia 'intelligente' che unita alla chemioterapia permette di raddoppiare il tempo di sopravvivenza senza progressione nel tumore in stadio avanzato. Come? Agisce bloccando i 'rifornimenti' alla malattia: gli taglia i viveri e quindi lo 'uccide'. E' il caso di bevacizumab, anticorpo monoclonale che agisce in maniera specifica sulla proteina Vegf, elemento chiave del meccanismo che regola la crescita e la proliferazione del cancro. A questo tema e' dedicato il convegno nazionale 'Dalla chemioterapia alla terapia anti angiogenica' che si chiude oggi a Sorrento, dove i maggiori ricercatori ed esperti italiani hanno fatto il punto sugli avanzamenti della ricerca nella lotta contro la neoplasia della mammella. "L'inibizione dell'angiogenesi, ovvero il 'blocco' dei meccanismi che consentono al tumore di diffondersi nell'organismo, e' una importante opzione terapeutica per le pazienti con cancro del seno in stadio avanzato, che hanno oggi una nuova arma mirata per affrontare la loro malattia", ha spiegato Sabino De Placido, ordinario di Oncologia medica dell'Universita' 'Federico II' di Napoli e presidente del convegno. "Oggi disponiamo di terapie mirate piu' rispettose del paziente rispetto alla sola chemioterapia", ha osservato Carmelo Iacono, presidente dell'Associazione italiana di Oncologia Medica (Aiom), la ricerca cura la persona nel suo complesso e non solo la malattia. Terapie efficaci che permettono di ottenere piu' sopravvivenza anche nel caso di metastasi, meno effetti collaterali e migliore qualita' di vita dei pazienti con tumore". Le stime effettuate sui dati reali osservati dei Registri tumori italiani, parlano per il 2008 di 37.952 donne colpite da tumore della mammella che risulta cosi' il secondo carcinoma piu' diffuso e ancora purtroppo il primo per mortalita' nel sesso femminile sotto i 55 anni. L'avvento delle terapie 'target', unito alla diffusione degli screening e al miglioramento delle tecnologie per la diagnosi, sta modificando lo scenario di questa patologia. Tra i protagonisti della 'rivoluzione' gli anticorpi monoclonali, farmaci innovativi che hanno la capacita' di colpire con precisione le cellule malate, senza danneggiare quelle sane. A trastuzumab, anticorpo monoclonale utilizzato sia nelle fasi avanzate sia in quelle precoci di un particolare tipo di tumore al seno (detto HER2 positivo), si affianca un altro farmaco, bevacizumab, che ha dimostrato benefici significativi nelle forme avanzate della malattia. Il bevacizumab lega e blocca in modo specifico la proteina Vegf, fattore chiave nell'angiogenesi tumorale, cioe' nel processo di crescita e proliferazione del tumore. Il Vegf stimola la crescita, la sopravvivenza e la costruzione di nuovi vasi sanguigni; i tumori rilasciano questa proteina per circondarsi di nuovi vasi e ricevere cosi' nutrienti e ossigeno per proliferare e diffondersi ad altri organi, cioe' andare in metastasi. "Prove incontrovertibili e studi recenti al top della qualita'", ha aggiunto De Placido, "portano a concludere che il bevacizumab prolunga di circa il doppio il tempo senza progressione del tumore, cioe' in pratica rallenta la sua proliferazione. Le applicazioni cliniche del bevacizumab nel tumore della mammella sono finora nel trattamento del tumore in stadio avanzato cioe' metastatico, ma si stanno compiendo studi anche nel tumore precoce, quello che puo' essere trattato con la terapia adiuvante. Tali trial pero' non sono ancora arrivati a conclusioni definitive". Secondo Iacono, "il problema clinico cruciale e' divenuto oggi l'appropriatezza, cioe' un maggiore rigore metodologico nella valutazione degli interventi terapeutici, ma bisogna ricordare che l'appropriatezza e' anche un diritto del paziente, quello a ricevere la migliore cura possibile in qualunque oncologia del Paese ci si trovi ad essere curati. Sono questi gli impegni che come Aiom -ha speiagato- ci siamo presi contribuendo con le Istituzioni sanitarie, Aifa e ministero, che hanno riconosciuto Aiom quale interlocutore privilegiato nella gestione oculata e razionale delle risorse e degli interventi". Bevacizumab "e' oggetto del piu' grande programma mondiale di trial clinici mai realizzato in oncologia, con oltre 300 studi clinici e 350.000 pazienti coinvolti per indagarne le potenzialita' in oltre 20 tipi di tumore", ha concluso Antonio Del Santo, Group Leader Onco-Haematology di Roche S.p.a., "Roche ha cambiato il modo in cui oggi vengono trattati i tumori, sviluppando terapie oncologiche che rappresentano progressi terapeutici importanti, aiutando i pazienti affetti da tumore a vivere piu' a lungo, a mantenere la loro qualita' di vita e in alcuni casi ad arrivare alla guarigione". -


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Tumore al seno e mastectomia : buone notizie dall'America


(AGI) - Londra, 26 gen.
- Un nuovo trattamento contro il cancro al seno, che sfrutta le microonde per "cucinare" il tumore, potrebbe salvare migliaia di donne dalla mastectomia. A metterlo a punto e' stato un gruppo di ricercatori della Oklahoma University Cancer Institute, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Daily Mail. I ricercatori sono convinti che questo nuovo trattamento, chiamato 'termoterapia a microonde', sia in grado di ridurre fino al 90 per cento le probabilita' che una donna abbia bisogno di una mastectomia. La ricerca ha inoltre dimostrato che il nuovo trattamento e' molto efficace soprattutto se somministrato insieme alla chemioterapia.

Il riscaldamento del tumore fino a 50 gradi centigradi non distrugge solo le cellule tumorali, ma sembra anche aumentare l'efficacia dei farmaci chemioterapici. Lo studio ha dimostrato che anche le donne affette da tumori di grandi dimensioni - superiori ai 5 centimetri di diametro - possono evitare la mastectomia combinando i due trattamenti. Il rischio della rimozione di una mammella e' risultato ridotto dell'88 per cento.

Questo significa che i chirurghi possono effettuare anche solo una 'lumpectomia', una procedura in cui viene rimosso solo il tumore, piuttosto che l'intera mammella. L'efficacia della 'termoterapia a microonde' e' dovuta al fatto che i tumori hanno un elevato contenuto di acqua, il che li rende perfetti per "bollire" a temperature alte fino ad autodistruggersi. Il problema pero' e' sempre stato quello di evitare che vengano bruciati anche i tessuti circostanti sani. Una soluzione e' quella di utilizzare una terapia a microonde focalizzata, dove il calore e' mirato su un punto. I ricercatori hanno pero' precisato: "Servono ulteriori studi per conoscere l'utilita' di questo trattamento".

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Cellule staminali e cancro al seno


Cancro al seno, più grave se le staminali sono numerose


08 gennaio 2010.


Cellule staminali non solo killer, ma anche in grado di determinare, in base al loro numero, la gravità della progressione del tumore al seno, una delle malattie che colpisce circa 35.000 donne ogni anno.

La scoperta è dei ricercatori italiani dell' Ifom-Ieo (Istituto europeo di oncologia di Milano).Gli studiosi sanno già da tempo che i vari tipi di tumore alla mammella presentano caratteristiche estremamente diverse, che ne influenzano l'aggressività, il decorso clinico, ed infine la prognosi. Ora un gruppo di ricercatori italiani guidati da Pier Paolo Di Fiore e Pier Giuseppe Pelicci, ha scoperto che questa eterogeneità è riconducibile al differente contenuto in cellule staminali tumorali.La ricerca, pubblicata dalla rivista internazionale Cell e condotta al Campus Ifom-Ieo da scienziati dell'Ifom(Fondazione Istituto Firc di Oncologia Molecolare) e all'Università degli Studi di Milano, dimostra che non solo le cellule staminali del cancro sono le vere responsabili dell'insorgenza e del mantenimento dei tumori mammari, ma anche che il differente numero di cellule staminali in essi contenuto rappresenta l'elemento determinante per spiegare la diversa aggressività dei vari tipi di tumore del seno.In particolare lo studio evidenzia che i casi più aggressivi sono quelli in cui il tessuto tumorale è più ricco di cellule staminali, anche se queste rappresentano una frazione esigua della massa tumorale.

Tuttavia, sono loro le reali responsabili della nascita e dello sviluppo di un tumore, in quanto sono capaci di duplicarsi praticamente senza limiti."Proprio queste cellule - spiega Di Fiore - sostengono la crescita del tumore. In modo simile a quanto accade per le cellule staminali normali nel fisiologico processo di generazione dei tessuti, le cellule staminali tumorali rappresentano la vera forza motrice in grado di promuovere e sostenere la proliferazione del tessuto tumorale''. Queste cellule, purtroppo, sono anche in molti casi capaci di resistere alla chemioterapia ed alla radioterapia: da qui la loro pericolosità.

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a cura del Prof. Massimo Vergine

Torna l'OTTOBRE ROSA per la prevenzione del tumore al seno

CIVITAVECCHIA – Torna anche quest’anno “Ottobre Rosa”, la campagna di prevenzione contro i tumori al seno. Durante tutto il mese, l’off...